Cenni di Storia e Tradizioni

Furci ha origini antichissime, ad accreditare le quali sono i numerosi reperti archeologici rinvenuti nelle contrade S. Maria, S. Giovanni e sul colle Moro: si tratta di monili e monete di età romana risalenti al periodo compreso tra il 1° sec. a.c. e il 2°sec. d.c.
Sul colle Moro vi sono anche resti di Mura Saracene che la tradizione vuole cosiddette perché appartenenti ad un antico convento che fu distrutto dai Saraceni. Sembra che solo per miracolo anche la città non subì la stessa sorte: si narra infatti che dopo aver abbattuto il convento, i saraceni si diressero verso Furci con intenzioni altrettanto sanguinarie e distruttive, ma li dissuase a compiere la triste impresa la nebbia fittissima e il suono cupo delle campane.
Dall'Antinori apprendiamo che nel 1145 la città era feudo di Odorisio, figlio di Berardo, di origine franca, probabilmente un discendente dell'antica schiatta dei Conti di Valva. Alla stessa data, quando paga le tasse di un soldato a cavallo, pare che Furci fosse popolata da ventiquattro famiglie, appollaiate intorno al castello del Signore. E' a questo periodo che si vuol far risalire l'urbanizzazione della collina e la costruzione delle prime opere di fortificazione: di certo la città si munisce di mura e innalza il Torrione, tutt'oggi esistente, con funzioni difensive della città e della contea. La tradizione vuole che il nome di Furci discenda, per successive trasformazioni, da "Fortezza"; vocabolo a sua volta legato alla presenza del Torrione che, secondo la stessa tradizione, faceva parte di una strategia difensiva messa in atto da tre fratelli: uno residente a Monteodorisio, uno a Palmoli, l'altro a Furci, i quali per difendersi dalle scorrerie dei barbari, avevano costruito delle torri dalle quali si inviavano dei segnali di fuoco non appena li avvistavano sul loro territorio.
Per tutto il XII secolo Furci rimase pertinenza della contea di Loreto: questa, nel 1164 era stata concessa dal re normanno Guglielmo 1°, detto il Malo, a Iozzellino, suo familiare, che lo tenne fino al 1197, quando gli succedette suo figlio Berardo 1.
Scarsissime sono le notizie relative ai secoli successivi.
Nel 1316, riferisce ancora l'Antinori, "possessore del Castello di Furci" era Pietro di Grandinato, appartenente a quella potente famiglia Baronate, probabilmente di origine longobarda che signoreggiò in Abruzzo per oltre tre secoli, fino alla sua estinzione avvenuta verso la metà del 1300. Legato alla storia di Furci è anche quel Gentile Grandinaoe che nel 1279, nella rassegna dei feudatari ordinata da Carlo 1° D'Angiò, risultò Signore di un vasto territorio, comprendente oltre a Furci, Pollutri, S. Anzuino, Acquaviva, Salavento, Castelletto; centri che furono valutati, tutti quanti, un milite.
Negli anni 1324-1325 la chiesa di "Furchis", insieme a molte altre della diocesi di Chieti, risulta ufficialmente dipendente dall'Abbazia di San Angelo in Cornacela che ne pagava le decime. Sorto in pressimità del tratturo Centurelle-Montesecco, forse sui resti di un antico tempio pagano, questo Convento è stato uno dei poli dell'attività monastica benedettina, con un feudo vastissimo, comprendente S. Nicola di Canale e Ilice (Pollutri), Furci e Moro, S. Maria del Monte (Castiglione), Roccaspinalveti, Fraine e Tufillo.
Fra i tanti centri cui sono legati il nome e le vicende dell'Abbazia, Furci ha una rilevanza particolare per essere il luogo natio del Beato Angelo, illustre figura di teologo della seconda metà del 1200 che proprio nel Convento di S. Angelo in Cornacela ricevette la sua prima formazione, sotto la guida dei maestri benedettini.
Nella prima metà del 1400 la contea di Monteodorisio, cui Furci apparteneva, insieme agli attuali comuni di Gissi, Casalanguida, Casalbordino, Lentella, Cupello, Liscia, Colledimezzo, Guilmi , Pollutri, Scerni e Villalfonsina, è infeudata a Perdicasso Barrile, noto per la sua avversione a Giacomo Caldora, Signore di Vasto. Alla fine del XV sec. la contea passa ai D'Avalos, marchesi di Vasto, ponendo le condizioni per l'organizzazione di un ampio stato feudale, destinato a lunga vita, che si va ad aggiungere all'altrettanto vasto Principato di San Buono, sorto nella parte occidentale e montana del vastese, già nel primo ventennio del 400, con il matrimonio di Marino Caracciolo e Maria di Sangro.
Fino ad un'epoca molto recente le attività prevalenti dei Furcesi, che nel censimento del 1951 risultarono in numero di 2272, erano l'agricoltura e la pastorizia, non mancavano, tuttavia, attività a queste complementari, a testimonianza di una comunità dinamica e intraprendente.
Risulta, infatti, che in paese vi fossero due fabbriche di pasta che ne producevano circa 55 quintali all'anno, avendo a disposizione due torchi e una forza lavorativa di quattro persone impegnate, in media, 120 giorni all'anno. A queste fabbriche si aggiungevano 5 frantoi a forza animale con 5 torchi e 15 lavoranti per 45 giorni all'anno; nonché 10 industrie tessili casalinghe.
Legata all'attività agricola è anche l'esistenza di mulini presso corsi d'acqua: vicino al fiume Treste si trovano i resti di un mulino che pare consentisse, durante la guerra, di macinare grano oltre le quantità previste dalla tessera annonaria.
Per provvedere al rifornimento di ghiaccio durante l'estate, Furci disponeva di due neviere, site rispettivamente nelle attuali Via duca d'Aosta e Piazza Beato Angelo, quest'ultima più grande dell'altra che, comunque, aveva una profondità di oltre 15 metri.
Di una miniera a Furci parla anche Lorenzo Giustiniani nel suo ''Dizionario", dicendole di proprietà del Marchese, che ovviamente, ne godeva i profitti, provenienti dagli stessi "privati cittadini" da cui esigeva censi per le terre.
Oltre che alla figura del Beato Angelo, sulla cui vita e sulle cui opere hanno scritto parecchi studiosi, ai quali rimandiamo, Furci è legata al nome, illustre, di Cesare De Horatiis, che vi nacque nel 1812 e che fu uno dei protagonisti della stagione risorgimentale, svolgendo una nobile ed efficace azione in campo politico, educativo e letterario. La sua eredità culturale è affidata, infatti, al suo patriottismo, ma anche alle sue poesie e ai suoi saggi, lodati dai più grandi scrittori suoi contemporanei.
Tra le principali emergenze architettoniche e ambientali del paese c'è il Torrione medioevale, di cui si è detto, che inquadra l'ingresso al centro antico, fungendo da cerniera, materiale e temporale insieme, tra città vecchia e città nuova.
La chiesa parrocchiale di S. Sabino, alla sommità del paese, risale al 1500, anche se nel tempo ha subito molti rifacimenti che, sia all'interno che all'esterno, la rendono barocca nelle decorazioni. La navata destra della chiesa è dedicata al B. Angelo: fino a qualche anno addietro, la Cappella ne custodiva le spoglie, che furono traslate a Furci nel 1808, provenienti da Napoli e precisamente dalla Chiesa di S. Agostino alla Zecca, ove era stato sepolto nel 1327, con tutti gli onori di una figura già nota in tutta Italia per santità e dottrina. Queste spoglie oggi si trovano nella Chiesa nuova dedicata al Beato Angelo, costruita negli anni 70 nella parte nuova del Paese.
A cornice della chiesa di S. Sabino è il maestoso campanile, di pregevole fattura, tanto nell'invaso verticale, in mattoni, tanto nella cupola ricoperta di tessere di maiolica color verde acqua.
Dedicata al B. Angelo è anche la Cappella edificata sul sito della casa paterna negli anni successivi alla sua morte. Rovinata a causa del suolo franoso e instabile, questa cappella è stata più volte riedificata, giungendo ad uno stato attuale che è opera di un recente restauro voluto dal parroco del paese.
Il culto del B. Angelo è vivamente sentito non soltanto dai Furcesi ma anche dagli abitanti dei paesi vicini, che numerosi si recano a venerarlo nelle giornate di festa organizzate in suo onore: 6 febbraio, 17 maggio, e 13 settembre.
La statua che in queste giornate viene portata in processione risale al 1665.
Oltre a quelli attualmente esistenti c'erano in paese altri edifici religiosi come la chiesa della Madonna, andata distrutta con la frana del 1935, nonché la Chiesa di S. Sebastiano, e del Purgatorio vicino al campanile.
Uno dei temi in cui la fantasìa popolare è maggiormente prolifica è quello del brigantaggio che, si racconta, aveva nelle campagne furcesi, una delle sue roccaforti. Nel bosco di Furci chiamato "le fratte", esiste ancora oggi una grotta detta "tana dei banditi" che di questi era il nascondiglio. La galleria sotterranea che si apriva in questa grotta pare arrivasse fino alla Chiesa di S. Sabino.
Il capo dei briganti era Giovanni Pomponio di Liscia, famoso per il suo carattere irruente e sanguinario.
Di Furci era invece "Intino", braccio destro di Pomponio, ricordato come tipo meno incline alla violenza, più cauto e riflessivo. Si racconta che i briganti della zona operavano in gruppo di quindici, sequestrando talvolta bambini che poi restituivano in cambio di un riscatto in viveri. E' nota in paese la vicenda della cattura, dopo una fuga rocambolesca, del brigante Pomponio che, braccato e ferito dai gendarmi, morì vicino ad una fonte che prese il suo nome e che è andata distrutta con la frana del 1935.
Un altro racconto popolare è legato al luogo chiamato "Aia della Corte" e cosiddetto in seguito ad un sopralluogo della Magistratura. Questo luogo ha la fama di maledetto in quanto teatro di fatti tragici come l'assassinio di un uomo, per mano dalla sua amante, nonché la morte di un altro colpito da un fulmine.

Bibliografia
Emilio Ambrogio Paterno, "Città e paesi d'Abruzzo e Molise", Pescara, 1963.
Ugo De Luca, " Chieti e la sua provincia" Teramo.
F. Lanza, "Vita del B. Angelo da Furci", Roma, 1889.

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